La solitudine di anziani e familiari

Gli anziani spesso costruiscono attorno alla loro vecchiaia una fortezza invalicabile. Nemmeno quando la loro capacità di scegliere, di decidere, di valutare è venuta meno, si ha facilmente accesso al loro mondo. Si ricorre allora al/alla badante, perché il lavoro, lo slittamento continuo del termine per il pensionamento, l’atomizzazione della famiglia, l’incapacità, non permettono altra scelta. La badante, introdotta talvolta sotto falso ruolo nella vita degli anziani (donna delle pulizie, stiratrice, ecc.), sta con loro più di quanto noi figli siamo riusciti a stare in tanti anni.

E succede che…la badante conosce la casa, previene le esigenze e i miei genitori, che non hanno mai ceduto a nessuno il controllo delle proprie vite, accettano il suo intervento sui vestiti, sul cibo, sulle medicine.

La relazione tra i miei genitori e la badante è diventata di tiepida fiducia. Lei lavora tantissimo: interpreta diversi ruoli, argina il disagio, si inventa soluzioni.

Noi figli ci occupiamo dei genitori solo a distanza. Telefoniamo, prendiamo appuntamenti con i medici, ritiriamo certificati.

Mentre svolgiamo queste incombenze, capita di incontrare altri figli che fanno le stesse cose. Ma non parliamo, non scambiamo idee. Non esiste un “Comitato-figli-anziani-di-genitori-anziani”, un’associazione che si potrebbe chiamare “Pane e latte”, come quando i bambini erano piccoli – tanto il cibo non è poi così diverso.

Comincio a vedere come in uno specchio la mia “soleità” futura e mi chiedo: “Ci saranno ancora risorse per gli anziani? Il sistema che garantisce ai nostri genitori servizi e sussidi si sta sgretolando. Lavoreremo di più, ci cureremo di meno?” E se riscoprissimo per tempo la condivisione dei problemi e delle risorse? È proprio necessario che ognuno viva in solitudine nel suo piccolo appartamento, con la propria badante, il suo bagno male attrezzato, le barriere architettoniche che rendono una passeggiata nel cortile più complicata di una spedizione in alta montagna?